In questo nuovo episodio esploriamo il mondo della Medicina in lingua inglese in Italia, uno dei percorsi più ambiti per chi desidera costruire una carriera medica internazionale. L’ospite è Luca Montana, studente Cordua che ha raggiunto il suo obiettivo entrando nella sua prima scelta: Medicine and Surgery presso l’Università di Pavia, uno dei corsi IMAT più prestigiosi del Paese.
Attraverso la sua testimonianza diretta, Luca racconta il percorso che lo ha portato a scegliere l’IMAT e a iniziare la sua esperienza universitaria in un contesto accademico ricco di storia e di ricerca scientifica. Studiare Medicina in inglese significa entrare in un ambiente internazionale e confrontarsi con studenti provenienti da tutto il mondo, ma anche costruire fin da subito le basi per una professione medica aperta alla dimensione globale.
Indice
- Cosa significa studiare Medicina in inglese all’Università di Pavia?
- Perché hai scelto proprio Pavia per il tuo percorso accademico?
- In che modo il Metodo Cordua ti è stato utile durante la preparazione?
- Ritieni che il Metodo Cordua sia innovativo?
- Quanto è importante confrontarsi con l’errore durante la preparazione?
- Quando hai capito che il lavoro stava davvero dando risultati?
- Se dovessi descrivere il tuo percorso con una parola, quale sceglieresti?
- Quale consiglio daresti a chi vuole prepararsi per l’IMAT?
Cosa significa studiare Medicina in inglese all’Università di Pavia?
Pavia è un ateneo che definirei soprattutto storico. Qui si percepisce davvero la tradizione accademica: ogni giorno scopri qualcosa di nuovo sulla storia dell’università e sulle grandi figure che hanno insegnato qui. Pensiamo a scienziati come Golgi o Spallanzani. Questo crea una sorta di responsabilità, perché senti di far parte di una realtà scientifica molto importante. Allo stesso tempo l’ateneo è anche molto innovativo, soprattutto dal punto di vista della ricerca internazionale. È proprio questo equilibrio tra storia e innovazione che rende Pavia un ambiente estremamente stimolante.
Perché hai scelto proprio Pavia per il tuo percorso accademico?
Pavia mi sembrava la città più adatta per il tipo di medico che vorrei diventare. Mi piacerebbe fare ricerca e lavorare come quei medici che in inglese vengono definiti bench to bedside: cioè professionisti capaci di passare dal laboratorio al letto del paziente. In altre parole, scoprire qualcosa nella ricerca e poi applicarlo direttamente nella pratica clinica. Da questo punto di vista Pavia, e in generale la Lombardia, sono molto avanzate e offrono grandi opportunità.
In che modo il Metodo Cordua ti è stato utile durante la preparazione?
Il metodo Cordua ha rafforzato la mia organizzazione e mi ha aiutato a migliorare il mio approccio allo studio. Ancora oggi utilizzo alcune tecniche che ho imparato durante la preparazione, come le mappe mentali. Sono strumenti che permettono di ricordare meglio concetti complessi, soprattutto in materie come Biologia e Chimica.
Ritieni che il Metodo Cordua sia innovativo?
L’innovazione sta soprattutto nel distacco dal metodo scolastico basato sul semplice “leggi e ripeti”. A scuola spesso si cerca di accumulare più informazioni possibili, mentre con Cordua si imparano a selezionare le informazioni davvero necessarie per superare il test di Medicina. Durante il primo incontro ricordo che ci hanno insegnato tecniche di memorizzazione molto efficaci per rendere propri concetti complessi. L’utilizzo di mappe mentali e altri strumenti permette di studiare in modo molto più strategico.
Quanto è importante confrontarsi con l’errore durante la preparazione?
È fondamentale. Ricordo che il primo test di Matematica che ho fatto era andato molto male. In quel momento ho capito che c’era ancora molto lavoro da fare. La differenza rispetto alla scuola è che qui ogni test è una prova a sé: non conta la reputazione che hai costruito nel tempo, conta il risultato di quella prova. Ci sono momenti in cui ti impegni molto ma non vedi subito i risultati. È una fase di transizione in cui stai costruendo qualcosa di grande, anche se all’inizio non è ancora visibile.
Quando hai capito che il lavoro stava davvero dando risultati?
Ho iniziato a capirlo quando nelle simulazioni IMAT ho cominciato a vedere i primi punteggi verdi. In quel momento ho pensato che tutti quei ripassi stavano finalmente servendo a qualcosa. Il giorno del test sono entrato molto concentrato e ho affrontato la prova con una certa lucidità. Non sono una persona particolarmente emotiva, quindi ho cercato semplicemente di fare il mio lavoro. Quando sono uscito dall’aula ero soddisfatto. Ho calcolato il punteggio e ho pensato: forse sono dentro. Quando poi sono usciti i risultati ufficiali è stata una grandissima soddisfazione.
Se dovessi descrivere il tuo percorso con una parola, quale sceglieresti?
Direi sicuramente costanza. Durante la preparazione devi gestire tante cose contemporaneamente: la scuola, la maturità, magari la patente, il corso di preparazione e lo studio di molte discipline diverse. In quei momenti l’unica cosa che ti aiuta davvero è continuare ad andare avanti. Le difficoltà fanno parte del percorso e servono a costruire il carattere. Sono esperienze che poi tornano utili anche nel mondo accademico e professionale.
Quale consiglio daresti a chi vuole prepararsi per l’IMAT?
Il primo consiglio è fare molte simulazioni. Tuttavia bisogna sempre preferire la qualità alla quantità. Non serve fare tre simulazioni al giorno se poi non si analizzano gli errori. È molto più utile fare una simulazione e correggerla in modo approfondito, ripassando bene gli argomenti collegati alle domande sbagliate. Un altro consiglio è non trascurare nessuna materia. Alcuni studenti tendono a evitare discipline come matematica o fisica, ma nel test ogni punto conta. Anche quei pochi punti possono fare la differenza nella graduatoria finale.





