Martedì 3 settembre 2019, ore 11:00. Anche quest’anno in tutta Italia migliaia e migliaia di giovani aspiranti medici – 60mila per la precisione – si sono cimentati in quella che può forse essere considerata la loro prima vera occasione con cui mettersi in gioco per il proprio futuro: il test d’accesso alla Statale.

Da anni a dir poco chiacchieratissimo, il test di medicina è tutt’ora fonte di notevoli discussioni e divergenze all’interno del panorama italiano. Che lo si consideri semplicemente il primo step per l’accesso a medicina o che ci si batta per abolirlo, che si stia a sindacare sull’importanza e sul numero di domande di carattere non propriamente scientifico (quelle di cultura generale, ndr) o che si sia convinti della necessità di una selezione che sia “a tutto tondo”, poco importa: il test di medicina esiste, e ogni anno un numero altissimo di ragazzi sceglie di prepararlo e di cimentarsi – chi per la prima volta e chi per un secondo o un terzo tentativo – in quella che è probabilmente la prima grande prova per il futuro di ogni giovane aspirante medico. Ma da quando esiste il test?

Storicamente parlando, all’interno del popolo italiano – ma non solo – è da sempre stata radicata la convinzione che per diventare medici fosse necessario far parte delle classi sociali più abbienti. Queste congetture però – dopo averla fatta da padrone per secoli – subirono un primo duro colpo già nel 1923, quando i corsi di medicina – precedentemente accessibili solo previo diploma di maturità classica – furono aperti anche ai ragazzi usciti dal liceo scientifico. La questione, però, non si discostò ulteriormente da queste posizioni ancora per più di 40 anni: la svolta definitiva, infatti, arrivò l’11 dicembre 1969, data in cui l’accesso a medicina venne finalmente garantito a tutti i possessori di un diploma di maturità, senza che fosse imposta alcuna distinzione sulla natura della scuola di provenienza.
Purtroppo, però, ci si rese ben presto conto di come – anche in questo caso – non fosse tutto oro quel che luccicava: a causa dell’accesso libero e indistinto alla facoltà in questione, nel giro di pochi anni il numero di medici crebbe in maniera esponenziale, andando nettamente a superare la richiesta effettiva di personale. Dopo ciò, le cose rimasero sostanzialmente “stanziali” fino alla seconda metà degli anni Ottanta, quando la CEE (la Comunità Economica Europea, “progenitrice” della CE e, successivamente, anche dell’UE) pose tutti i suoi stati membri di fronte alla necessità di assicurare uno standard qualitativo dell’istruzione universitaria quanto più elevato possibile. In questo modo, dopo non pochi ragionamenti, si arrivò alla conclusione che in alcuni casi fosse necessario applicare quello che è oggi noto come numero programmato.

Per quel che concerne il caso italiano, la decisione di attivare un test selettivo per l’ingresso a determinate serie di facoltà seguì direttamente la Sentenza n. 383/98 della Corte Costituzionale, all’interno della quale veniva espressamente richiesta la valutazione delle modalità di accesso al mondo universitario. La svolta, dunque, arrivò ufficialmente il 2 agosto del 1999, quando l’allora Ministro dell’Università e Ricerca Scientifica e Tecnologica Ortensio Zecchino trasformò in Legge un Decreto ministeriale elaborato qualche anno prima (oggi noto come Legge n. 264/99 – Norme in materia di accessi ai corsi universitari) per sancire l’introduzione del numero programmato in alcune delle facoltà cosiddette scientifiche, di quelle legate alla formazione e di architettura, a cui negli anni si sono aggiunte anche Psicologia e le scuole di specializzazione per le professioni legali, nonché, chiaramente, i corsi di formazione specialistica dei medici. Nonostante le notevoli manipolazioni avvenute nel corso degli anni e le continue minacce di abolizione, la suddetta Legge risulta oggi ancora in vigore.
Inizialmente, la ripartizione dei posti disponibili era stabilita su base locale, e cambiava a seconda dell’Ateneo presso cui un candidato sceglieva di svolgere la prova di ammissione. C’è stato, infatti, un tempo – neppure troppo lontano – in cui i giovani si trovavano a concorrere esclusivamente per l’Università presso cui decidevano di sostenere l’esame di accesso: in questo modo, però, il punteggio minimo di ammissione variava necessariamente da un Ateneo a un altro, determinando in questo modo notevoli discriminazioni, per le quali magari uno studente escluso in una determinata Università a causa del proprio punteggio avrebbe invece potuto accedere senza problemi in un’altra in cui il discrimine per l’ammissione fosse risultato più basso, e così anche l’inverso. Proprio per evitare spiacevoli problemi come questo, il 28 giugno 2012 l’allora Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo mise mano alla Legge 264/99 e a tutte le modifiche ad essa apportate durante gli anni, facendo sì di rendere nazionale l’esame d’accesso a medicina e offrendo, così, a ciascun candidato la possibilità di concorrere con il proprio punteggio per tutte le sedi universitarie desiderate.

Il primo test di medicina italiano a livello nazionale ebbe dunque luogo il 9 settembre 2013.

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