DOCTOR AND SURGEON - PERCHÉ I MEDICI ITALIANI FUGGONO ALL'ESTERO?

UN PROBLEMA DI LUNGO CORSO

Con l’avvento del 2023 ritorna pressante la richiesta di nuovi medici in ospedali e ambulatori.
La lenta ripresa dopo la crisi pandemica non ha mancato di evidenziare le carenze del SSN, una su tutte la forbice tra giovani laureati e iscritti all’Ordine, sempre più ampia data la tendenza dei primi a cercare nuove opportunità in Europa e non solo.

UN PO' DI DATI

I più rilevanti ce li fornisce la Commissione europea: tra il 2008 e il 2018 sono stati oltre diecimila i medici espatriati, con una netta preferenza per la Gran Bretagna (33%) e la Svizzera (26%). Nello stesso periodo, si stima che su 100 dottori europei che hanno scelto di abbandonare il proprio paese, ben 52 sono italiani.

Il dato risulta ancora più preoccupante se si guarda al prossimo futuro: nel 2025 il saldo tra pensionati e specialisti formati risulterà fortemente negativo, e i fenomeni di mancanza di personale si manifesteranno ancor di più.
Ma chi sono i veri protagonisti dell’esodo, e quali, nello specifico, i motivi della loro scelta?

QUESTIONE DI OPPORTUNITÀ

La stragrande maggioranza dei medici attivi sul territorio italiano è chiamata ad affrontare problematiche non nuove all’opinione pubblica, e certamente non proprie di una sola categoria: stipendi bassi, pochi margini di crescita e scarse opportunità rispetto all’estero.
Sul primo punto, basti pensare che il salario medio lordo in Italia è pari a circa 32.600 euro, diecimila in meno che in Germania e settemila in meno rispetto alla Francia. In questi due paesi inoltre i medici godono di più stabilità, data da maggiori assunzioni a tempo indeterminato.
Antonio Magi, presidente dell’OMCeO (Ordine dei Medici e degli Odontoiatri) provinciale di Roma, parlava così lo scorso ottobre: “Rispetto a quelli di tutta Europa, i nostri stipendi occupano il terzultimo posto, sono più alti solo di quelli del Portogallo e della Grecia".
Ma la soluzione c’è: “Basterebbe migliorare l’organizzazione, facendo lavorare i medici italiani con meno burocrazia e cercando di avere gli organici al completo, senza dimenticare le retribuzioni”.

Questi deficit non ricadono solo sui giovani: tra i quasi mille dottori che lasciano ogni anno l’Italia vi sono anche medici di 45 e 50 anni, specialisti della dirigenza pubblica, dipendenti del privato e medici di famiglia. Che sia nelle grandi città o in piccoli centri, spesso le uscite superano le entrate; l’unico modo è volgere lo sguardo all’estero, all’Europa ma anche agli Emirati, che soprattutto negli ultimi anni stanno diventando un polo attrattivo molto importante.

A fungere da blocco, oltre alle condizioni prima citate, è una disorganizzazione evidente ed estesa, con regioni che decidono di assumere medici dall’estero invece che dal nostro paese, dove più di diecimila medici sono in attesa di chiamata. La legge 191/2009, che lega le assunzioni a vincoli di spesa pubblica, riduce infatti il turnover, allunga i tempi, scoraggia i neolaureati e gli specializzandi, impedendo quel ricambio generazionale necessario al trasferimento delle conoscenze e delle tecniche di lavoro. 

LE SPERANZE DEL 2023

La fuga di cervelli alla quale stiamo assistendo non è da sottovalutare. Si perdono talenti, intelligenze, saperi professionali, che per incuria e malgoverno indeboliscono l’intero sviluppo scientifico e culturale del nostro Paese.
Il SSN nel 2023 è chiamato dunque ad una sfida importante: ridurre, al meglio delle proprie capacità, la dispersione dei giovani laureati e specializzandi, promuovendo un nuovo modello di formazione.
Una formazione non più rilegata esclusivamente all’ambito universitario, ma che si amplia e arricchisce tramite le attività sul campo, negli ospedali e negli ambulatori, dove si può orientare lo studente verso il “saper fare” e verso quei valori di qualità, efficacia e accuratezza richiesti oggi.
Aldilà dei necessari passi avanti richiesti dalle istituzioni, anticipare l’incontro tra mondo della formazione e mondo del lavoro, per molti versi ancora estranei l’uno all’altro, rappresenta la chiave per crescere “in casa” i medici di domani, accelerando i processi e garantendo un futuro roseo alla nostra Sanità. 

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