Come superare il test di Fisioterapia e gestire la paura di sbagliare? La storia di Emanuela

“Come superare il test di Fisioterapia e gestire la paura di sbagliare? La storia di Emanuela“, ascolta la nuova puntata del nostro Podcast.

Prepararsi al test di ammissione a Fisioterapia significa acquisire conoscenze scientifiche, ma anche imparare a gestire le aspettative, affrontare gli errori e riconoscere i propri progressi. Un percorso che può diventare particolarmente impegnativo quando si intreccia con il quinto anno delle scuole superiori e con l’esame di maturità.

Emanuela Frandina, allieva Cordua ammessa a Fisioterapia all’Università degli Studi di Catanzaro, sua prima scelta, racconta questo percorso nella nuova puntata del podcast. Accanto a lei, la Prof.ssa Carlotta Arnaldi, docente e responsabile degli studenti, ripercorre il lavoro svolto insieme: dalla paura di non farcela alla capacità di considerare l’errore un’occasione per imparare.

Una testimonianza sul valore della preparazione, della perseveranza e di una relazione educativa capace di accompagnare gli studenti verso una maggiore consapevolezza delle proprie capacità.

Carlotta, ci racconti com’era Emanuela come studentessa durante la preparazione al test di Fisioterapia?

Prof.ssa Carlotta Arnaldi: «Ho conosciuto Emanuela all’inizio del suo percorso di quinto anno. Ha scelto di cominciare Cordua in concomitanza con l’anno della maturità, dovendo quindi gestire la scuola insieme a un corso impegnativo come il “Callistene”.

Si è fatta notare all’interno della sua aula soprattutto per l’impegno. Diciamo spesso ai ragazzi che già alla fine del Memo, la full immersion di tre giorni sul metodo di studio e le tecniche di memorizzazione rapida, che alcune persone si distinguono: non tanto per la preparazione, sulla quale lavoriamo insieme, quanto per la voglia di fare.

Emanuela era piena di timori. Sicuramente l’autostima non era il suo punto di forza, ma aveva tanta voglia di raggiungere questo obiettivo e fin dall’inizio non si è posta limiti nel lavoro.

Uno dei primi messaggi che mi ha mandato riguardava proprio la quantità di esercizi e di test che avrebbe potuto svolgere. Ogni volta che davamo un’indicazione in aula, sapevamo che lei l’avrebbe seguita. Nei nostri scambi tornava spesso questa frase: “Io lo faccio, giuro che lo faccio, faccio tutto quello che mi dite”.

È stato un percorso avvincente. E il rapporto continua anche adesso: io ricevo aggiornamenti sulle sue preoccupazioni, che dal test si sono spostate all’università, e lei continua a essere aggiornata sulla mia gravidanza.

Abbiamo sempre detto ai ragazzi che il percorso non si esaurisce con l’ingresso all’università: bisogna poi affrontare gli studi e ciò che verrà dopo. Ora Emanuela sta iniziando a scoprirlo».

Emanuela, quali erano i tuoi timori iniziali?

Emanuela Frandina: «All’inizio non ero pienamente convinta di iscrivermi, perché entrare in questo corso di laurea era difficile. La spinta maggiore me la diede mia sorella, che era stata una studentessa Cordua. Mi disse: “Sarà il periodo più bello della tua vita”. All’inizio la prendevo in giro: mi ricordavo che studiava sempre e non capivo come potesse definirlo così. Lei mi rispose: “Tu fidati”.

Quando decisi di iscrivermi, durante le giornate del Memo mi sentivo persa. Ricordo anche la prima lezione di Biologia con Carlotta: alla fine guardai il calendario, vidi tutte le lezioni e pensai alla scuola. Nella mia testa c’era una frase: “Non ce la farò mai”.

Andando avanti, però, mi rendevo conto che avevo preso una decisione e che quel sogno c’era. Dovevo trovare il modo di raggiungerlo.

Per me è stato un percorso difficile. Ci sono stati momenti in cui scrivevo a Carlotta convinta che non sarei mai entrata. A luglio le dissi persino: “Io lascio Cordua”. Lei mi rispose: “Ma hai finito il programma, che stai dicendo?”.

Durante la Festa dei Successi, mentre premiavano gli studenti, scrissi a mia madre: “Mi sento una fallita”. Poi, in quei giorni, confrontandomi spesso con Carlotta, qualcosa è cambiato. È stato un percorso con tanti momenti difficili, ma ho sempre trovato il modo di andare avanti. E non soltanto grazie a me».

Da dove nasceva la sensazione di non essere abbastanza?

Emanuela Frandina: «Nasceva sicuramente anche da esperienze scolastiche che non mi avevano aiutata. Ma soprattutto dipendeva dal mio modo di guardare il lavoro svolto.

Se in un test rispondevo correttamente a nove domande su dieci, la mia attenzione andava all’unico errore, non alle nove risposte corrette.

Avevo fatto la stessa cosa durante tutti quei mesi: vedevo soltanto i fallimenti e non i progressi.

Ricordo che Carlotta mi disse: “Devi vedere da dove sei partita. Guarda da dove sei partita e poi dove sei arrivata”. Aveva ragione».

Carlotta, come hai supportato Emanuela nei momenti di difficoltà?

Prof.ssa Carlotta Arnaldi: «Supportare Emanuela è stato molto stimolante. Lei tendeva a vedere soltanto il lato negativo del proprio percorso, mentre io avevo davanti una persona competente e preparata.

Si è rimboccata le maniche e non si è mai tirata indietro, né quando c’era da fare un test o una simulazione in più, né quando le proponevamo indicazioni che non sempre vengono comprese subito, come dedicare tempo all’attività fisica o alla preparazione mentale.

Si lamentava, piangeva, chiamava, ma lavorava. E io le ho sempre detto che sapevo che ce l’avrebbe fatta.

Quando una prova non rispecchiava le sue possibilità, una delle sue prime preoccupazioni era non essere riuscita a dimostrare alle persone care tutto il lavoro svolto. Le ricordavo che chi le vuole bene la conosce abbastanza da sapere quanto vale e quanto si è impegnata, al di là di ciò che può dire un singolo quesito.

Quando mi ha scritto di essere entrata nella sua prima scelta, l’unica stupita era lei. Da parte nostra c’era soltanto gioia.

Emanuela è migliorata in Biologia, Chimica, Fisica e Matematica, ma il cambiamento più importante è stato quello di mentalità. All’inizio dovevo aiutarla a riconoscere le cose giuste che aveva fatto; negli ultimi messaggi ha iniziato a dirmi: “Lo so, Carlotta, ma non mi basta, vorrei di più”.

È un passo avanti enorme: riconoscere le proprie capacità e desiderare di continuare a migliorare».

Che emozione hai provato quando hai scoperto di essere entrata a Fisioterapia nella tua prima scelta?

Emanuela Frandina: «Non ci credevo. Prima della graduatoria ufficiale erano usciti i punteggi ed era stata stilata una graduatoria generale per le Professioni Sanitarie dell’Ateneo di Catanzaro. Scrissi a Carlotta pensando che il mio codice fosse sbagliato.

Lo riguardai dieci volte, rifeci i calcoli e tutto corrispondeva. Solo allora iniziai a pensare che forse non ci fosse nessun errore.

Nei giorni tra la pubblicazione dei punteggi e la graduatoria ufficiale non volevo festeggiare: mi sembrava che potesse ancora succedere qualsiasi cosa.

Quando uscì la graduatoria chiamai Carlotta, ma inizialmente non rispose. Finché non l’avessi sentita, per me non si poteva festeggiare. Quando mi richiamò e le dissi che ero entrata, mi rispose: “Lo sapevo!”.

Ero incredula. Ripensavo a tutti i mesi precedenti: provavo felicità, ma anche tanta gratitudine verso le persone che mi erano state vicine».

Quanto ha inciso il supporto della docente sulla tua crescita?

Emanuela Frandina: «È stato determinante. Il metodo e la didattica sono stati fondamentali: rappresentavano la base. Ma c’era anche tanto altro, e quel tanto altro mi veniva dato dai docenti, in particolare da Carlotta, che è stata una presenza costante.

Quando le raccontavo che una prova era andata male, mi ripeteva: “Io su di te ci ho scommesso”. Mi chiedevo come facesse a continuare a credere in me quando io le portavo quelli che consideravo soltanto fallimenti.

Penso che sia stato uno degli elementi che mi hanno spinta ad andare avanti: sentire che qualcuno continuava a riconoscere le mie possibilità anche quando io non riuscivo a vederle.

Dopo la telefonata in cui le comunicai l’ammissione, le scrissi: “Ce l’abbiamo fatta!”. Perché sentivo che quel risultato non era soltanto mio.

Il metodo mi ha permesso di costruire una base solida; il sostegno ricevuto mi ha aiutata a proseguire».

Quali valori porti con te dall’esperienza di preparazione con Cordua?

Emanuela Frandina: «La perseveranza e il coraggio. Al Memo Carlotta pronunciò una frase che mi è rimasta impressa: “Non c’è coraggio se non c’è paura”.

Durante quei mesi ho avuto spesso paura: di non farcela, di deludere le persone che mi sostenevano. Ho capito, però, che quella paura poteva anche spingermi ad andare avanti.

Mi porto dietro la perseveranza, perché bisogna crederci e lavorare, e il coraggio, perché ho imparato a non usare la paura come un limite, ma a trasformarla in qualcosa di positivo».

Perché l’errore può diventare un motore per migliorare nella preparazione?

Prof.ssa Carlotta Arnaldi: «Una delle prime cose che insegniamo al Memo è che “il miglior maestro è il tuo ultimo errore”.

Non puoi imparare davvero senza sbagliare. Se fai soltanto ciò che sai già fare, non acquisirai nulla di nuovo.

Da bambini impariamo tantissime cose attraverso gli errori, senza preoccuparcene come facciamo crescendo. Un bambino che muove i primi passi cade, ma questo fa parte del suo apprendimento.

Il passaggio importante è smettere di considerare l’errore una mancanza personale e iniziare a riconoscerlo come una tappa. Più velocemente accettiamo di sbagliare, più velocemente possiamo imparare.

Mi commuove che Emanuela abbia parlato di coraggio. Nell’autocontratto del Memo, il primo documento che aveva firmato, il suo obiettivo era proprio lasciare andare la paura e dare spazio al coraggio.

Vederla arrivare a questa consapevolezza, dopo tanta fatica e tanti pianti, significa ritrovare oggi quell’impegno iniziale finalmente realizzato».

Dopo l’ammissione a Fisioterapia ti senti più consapevole delle tue capacità?

Emanuela Frandina: «Sì, è cambiata la visione che ho di me stessa.

Continuano a esserci momenti difficili, ma reagisco in modo diverso. Ho capito che è giusto dare spazio anche a quei momenti, senza lasciare che occupino tutto: poi bisogna tornare al proprio obiettivo.

Negli ultimi tempi Carlotta mi aveva dato una regola molto concreta: “Hai quindici minuti al giorno per piangere, urlare e sfogarti; finiti quei quindici minuti, devi ritornare sul tuo obiettivo”.

Per me è stato un modo per imparare ad accogliere le emozioni e poi riprendere il cammino».

Quale consiglio dareste a chi sogna di entrare a Fisioterapia o nelle Professioni Sanitarie?

Emanuela Frandina: «Direi di fidarsi, affidarsi e crederci. Ma anche di ascoltarsi: non deve andare sempre tutto bene, è normale attraversare momenti difficili. Bisogna concedersi tempo e ricordare qual è il proprio sogno.

Consiglierei anche di godersi il percorso. Non pensare soltanto al test o alla graduatoria, ma vivere le lezioni, i gruppi di studio e tutti i momenti condivisi, perché sono quelli che restano dentro.

Alla fine mia sorella aveva ragione».

Prof.ssa Carlotta Arnaldi: «Il consiglio più importante è non avere paura di sbagliare. Bisogna cambiare atteggiamento verso l’errore, accettarlo e andare avanti, ricordandosi perché si sta affrontando quel percorso.

Quando Emanuela mi diceva di voler smettere, le chiedevo: “C’è un altro lavoro che vuoi fare, oltre a Fisioterapia?”. Mi rispondeva di no.

Allora tornavamo al suo obiettivo: anche se il sentiero era difficile, poteva cambiare il modo di attraversarlo. Ed Emanuela è stata bravissima a cambiare atteggiamento.

Aspettavo questa intervista da ottobre. Dal primo errore le avevo detto che l’avrei intervistata per il video dei successi. Ho aspettato questo momento per mesi: è naturale che oggi mi commuova».

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